Vento da est.
Da Mary Poppins a Eraclito: perché il cambiamento non si evita, si attraversa.
Era una giornata calda e afosa, una di quelle in cui l’aria non si muove e perfino respirare costa fatica.
Un uomo malato giaceva sul letto con la fronte bollente e il respiro corto. Sua figlia gli sedeva accanto per accudirlo, preoccupata di cosa stesse succedendo così presto, a un’età in cui la vita non ti prepara a comprendere certe perdite.
Intingeva un panno nell’acqua, lo strizzava, e posandolo sulla fronte osservava con occhi lucidi ogni suo spasmo.
Poi, nell’aria immobile di quella stanza, qualcosa si mosse.
La tenda si gonfiò e un soffio entrò dalla finestra attraversando la camera da letto. La bambina alzò la testa e guardò verso la finestra. In quel momento intravide una carrozza, accompagnata dal suono inconfondibile di ruote e zoccoli. Appena mise a fuoco chi era al suo interno, mentre con una mano reggeva il panno sopra la fronte del padre, disse ad alta voce “Padre. Vento da est!”. Il padre, con un filo di voce, rispose “...la zia.”
È una scena ripresa dal film Saving Mr. Banks. Quella bambina diventerà P.L. Travers, l’autrice di Mary Poppins; e la zia che arriva con il vento, pratica, decisa, con i suoi modi spicci, è la donna reale da cui nascerà la tata più famosa del mondo.
Questa scena è il ricordo più potente che conservo di questo film, da cui sono rimasto profondamente ispirato per tanto tempo. “Vento da est” non è una previsione del tempo. È l’annunciazione che anticipa l’arrivo di chi si prenderà cura di un cambiamento troppo grande da affrontare da soli.
Nel mito di Er, con cui chiude la Repubblica, Platone spiega come avviene la creazione di una vita. Ogni anima, prima di nascere, sceglie una vita e, per garantire la sua rivelazione, viene affidato un daimon: un custode che l’accompagnerà verso il destino scelto.
Il daimon non lo vive al posto suo. Non è un protettore del bene, al contrario non risparmia niente. Cammina al fianco dell’anima affinché venga attraversata dalle dinamiche necessarie per la realizzazione del suo disegno. Ecco cosa vedo dalla mia prospettiva nel personaggio di Mary Poppins (la zia): non arriva per evitare la tempesta, arriva per non lasciarla sola durante i tuoni. Resta il tempo di un passaggio, e quando il vento gira riparte.
C’è un dettaglio, in tutto questo, che tocca ognuno di noi. Nel film quella zia non riuscì a salvare il padre: l’uomo malato nel letto morì lo stesso. Mary Poppins nasce proprio da lì: dal bisogno di salvezza. Almeno in una storia. E non è un caso nemmeno che il vento venga da est.
Il vento da est è il vento del cambiamento: si annuncia prima come una brezza che come tempesta. E noi, al suo arrivo, abbiamo imparato a reagire con un gesto considerato razionale: chiudendo la finestra.
Chiudere la finestra sembra la cosa più sensata del mondo. Metterci al riparo è la scelta più logica. Così giustifichiamo quel gesto. In questo modo mettiamo un vetro da cui guardare, restando comunque al sicuro, restando dove le cose hanno ancora una garanzia. Eppure, duemilacinquecento anni fa, un uomo a Efeso (Turchia) ci aveva già avvertito che le difficoltà vanno affrontate, non evitate.
Eraclito immaginava la realtà come un fiume. Diceva “non ti bagni mai due volte nella stessa corrente: non perché cambi il fiume, ma perché cambi tu, nell’istante esatto in cui ci entri.” Da questo suo concetto nasce una delle parole più potenti che conosciamo: panta rhei. Tutto scorre.
Non è una poesia sulla malinconia del tempo. È una diagnosi. Il cambiamento non è qualcosa che ci capita ogni tanto, quando il vento si alza. È la stoffa di cui siamo fatti. Chiudere la finestra, allora, non ferma niente. Ci permette solo di procrastinare il disegno a cui dobbiamo rendere conto.
Ma c’è una sorta di consolazione che possiamo percepire dalle parole di Eraclito. Se tutto scorre, allora tutto passa. Passa l’intensità del dolore. Cambiano le difficoltà, muta lo sguardo, si abbassa la febbre delle cose. Lui la chiamava un’armonia nascosta: quella che non vedi in superficie, ma che tiene insieme il caos mentre lo attraversi.
In sostanza il cambiamento vero non ci concede un vetro da cui guardare che ne delimita la distanza, ma chiede l’esatto contrario: spalancare le finestre, lasciare che il vento strappi via dalle pareti l’aria viziata delle nostre paure, raffrescando il tepore delle coperte calde.
In fondo, a pensarci bene, il vero pericolo non arriva da fuori, è già dentro la stanza.
Anch’io, per molto tempo, ammetto di aver tenuto la finestra chiusa. Poi, il 13 febbraio 2025, ho iniziato a scrivere. Quasi per caso, senza alcun obiettivo: solo un modo per fare ordine nei pensieri e nelle cose nuove che imparavo. La prima volta mi lessero in quindici. Quindici persone (ecco cosa ho scritto). Oggi sono più di tremila!
Per molto tempo mi sono chiesto “perché”. Cosa trovano i miei lettori in quelle righe?
La risposta arrivò l’estate scorsa, mentre ero nuovamente in cammino verso Santiago. Per quanto cercassi di capirne il motivo vagando in concetti complessi, la risposta fu tanto semplice: perché nei miei scritti raccontavo una vera tempesta e come, da marinaio inesperto ma con passione verso il mare infinito, riuscii a tracciare una rotta.
Lungo la strada, tra vesciche pungenti e ginocchia dolenti, imparai una cosa che all’inizio non sapevo: il cambiamento non è un salto, è un esercizio. Si ripete, finché non ti riscrive. La mente, in questo, somiglia a un muscolo: si allena.
Da quel cammino così doloroso, nel quale portavo con me le ceneri del mio fedele cane (qui racconto l’esperienza), al rientro, mi ritirai in un periodo di silenzio e di incubazione per lavorare a un metodo scientifico orientato a costruire un benessere concreto.
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Questo metodo non insegna a evitare la tempesta, soprattutto dopo averne compreso l’importanza, ma vuole insegnare il modo in cui possiamo attraversarla dandole un significato che ne valorizza ogni goccia.
Come la zia che arriva con il vento, non posso vivere il passaggio al posto tuo. Ma posso camminarti accanto tenendoti per mano.
Perché il vento da est, prima o poi, arriva per tutti. La sola domanda che conta è se, questa volta, terrai la finestra aperta.
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Sono Samuel Lo Gioco e attraverso queste pagine esploro il confine tra mente ed emozioni, tra lavoro e vita, tra ciò che ci logora e ciò che ci rigenera.
Ho imparato che non basta “pensare positivo”: serve allenare il modo in cui i nostri schemi mentali ed emotivi si formano e si trasformano. È da questa convinzione che è nato Positive Mindway, la prima palestra dedicata al mindset positivo.
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