la teoria del pendolo
Un volo pindarico sulla nostra irrequietezza, fra il pendolo di Schopenhauer e la stanza di Pascal.
È domenica pomeriggio, da poco sono passate le quattro.
Ammetto di aver mangiato troppo a pranzo. Il corpo chiede una tregua, come succede all’Anaconda dopo aver mangiato un cucciolo di pecari. Così il pomeriggio passa lento. Non ho impegni. Non ho messaggi a cui rispondere e da oltre quindici anni non ho neanche la televisione. Fuori è caldo. Troppo caldo. Se prendo un libro rischio l’abbiocco e se dormo il giorno rischio di non dormire la notte.
Allora vado in cucina senza un motivo. Apro il frigo, lo guardo, lo richiudo. Esco di cucina e vado in studio, osservo la lavagna con l’intento di proseguire il lavoro di decostruzione filosofica, ma è domenica. Anche il cervello merita una pausa dal lavoro.
A quel punto il mio istinto mi porta a compire un gesto che molto probabilmente conosci bene: prendo in mano il telefono e comincio a scorrere, lasciando che sia l’algoritmo a intrattenere il tempo che non passa.
Nel Seicento, Blaise Pascal, fisico matematico francese, scrisse una riga che da quattrocento anni riecheggia nelle migliori antologie senza perdere stile: tutta l’infelicità degli uomini deriva dal non saper restare tranquilli in una stanza. Pascal arrivò a questa teoria osservando i nobili della sua epoca: gente con castelli e abiti sfarzosi, cariche e ore vuote da colmare. Le riempivano con quelle occupazioni diventate un cliché che caratterizza il loro rango: la caccia, il gioco, i banchetti, la guerra.
Da questa logica, centocinquant’anni dopo, un certo Arthur Schopenhauer, pensatore libero e apprezzato solo all’orlo della sua vita terrena, trovò per la stessa intuizione un’immagine fisica. La vita umana, scrisse ne Il mondo come volontà e rappresentazione, oscilla come un pendolo tra il dolore e la noia. Dolore quando desideriamo e non possediamo. Noia quando possediamo e il desiderio si spegne. Tra i due estremi, scriveva, non c’è terra di mezzo. Il pendolo sta sempre da una parte o dall’altra. Mai fermo.
C’è dolore, e c’è dolore.
Quello che cade addosso, che sia un lutto, una diagnosi, una porta che si chiude alle spalle, ha un peso onesto. Lo riconosci. Si attraversa. Lascia tracce. A volte trasforma.
E poi c’è l’altro. Quello che ci fabbrichiamo da soli, nelle ore in cui non ci capita proprio niente. Quando la stanza diventa troppo silenziosa, e noi ancora non siamo educati a quel silenzio, così qualcosa comincia a lavorare da solo. Il pensiero torna venti volte sulla stessa scena, come facciamo con la lingua quando la poggiamo sul dente che fa male. Ripetutamente.
Continuiamo nella testa una conversazione con chi non risponderà mai. Apriamo il telefono per distrarci, e un’ora dopo siamo più vuoti di prima, senza nemmeno saper dire cosa abbiamo visto. Tutto questo non ci capita. Ce lo facciamo. È il rumore che produciamo da dentro per non restare nel silenzio.
Quanto faccia paura il silenzio, lo ha misurato l’Università della Virginia con uno studio pubblicato su Science nel 2014, condotto dal Prof. Timothy Wilson. I ricercatori facevano sedere persone comuni in una stanza vuota per qualche minuto. Senza telefono, senza libro, senza niente. Solo i loro pensieri. A disposizione, un piccolo dispositivo per darsi una scossa elettrica. Questa sollecitazione elettrica era sgradevole, ma non pericolosa. Prima del test, ognuno l’aveva provata e aveva dichiarato che avrebbe pagato pur di non riceverla mai più. Durante i minuti in solitudine, il 67% degli uomini scelse di darsela almeno una volta. Pur di non restare seduti con i propri pensieri.
Questo ci fa capire quanto il nostro cervello, abituato culturalmente a essere intrattenuto da costanti stimoli cognitivi, sia disposto a patire un dolore pur di non restare a tu per tu con il proprio vuoto.
Allora come si fa?
Come si entra in una stanza vuota senza diventarne prigionieri?
John O’Donohue, prete e poeta dell’Irlanda occidentale, ci ha lasciato una frase che vale tutta una biblioteca di self-help e dice: ciò che incontri, ciò che riconosci, ciò che scopri dipende in larga misura dalla qualità del tuo approccio. La stanza è la stessa. Cambia chi entra.
C’è chi entra come in una prigione, e dentro si ritrova prigioniero. C’è chi entra come nella sala d’attesa di un dolore che ancora deve arrivare, e ne anticipa il colpo. C’è chi impara, col tempo, a entrarci come in un giardino chiuso. Senza fretta. Con la curiosità di vedere cosa cresce dove non passa nessuno.
Nella Roma imperiale, Seneca scriveva, nella “lettera 28” all’amico Lucilio, che lamentava da tempo un senso viscerale di irrequietezza: “animum debes mutare, non caelum” devi cambiare l’animo, non il cielo. Lucilio si lamentava del fatto che, nonostante avesse intrapreso un lungo viaggio per mare e avesse visitato nuovi luoghi, non era riuscito a scrollarsi di dosso la tristezza, l’ansia e la pesantezza mentale. Questa storia dovrebbe scuoterci emotivamente, offrendo in dono la consapevolezza dell’inutilità nel gesto nevrotico di cambiare stanza, città, lavoro, partner, se ci si porta dentro la stessa inquietudine di sempre. Il pendolo continuerà comunque a oscillare.
In realtà credo che il senso ultimo sia quello di sapere. Sapere il movimento del pendolo ci aiuta a intercettare la sua rotta e, probabilmente non sempre, anticiparne la mossa. Magari possiamo ottenere, memorizzando il ritmo, quella lucidità capace di prevederne il tempo e l’intensità. Sia quando è dolore, sia quando è noia. In sostanza conoscere il dondolo ci aiuta a capirlo e questo è già un grande passo. Non dobbiamo per forza trattenerlo. Anche quello è movimento, come del resto è la vita intera.
E mentre scrivo questa riflessione mi accorgo che è quasi sera. A farmi luce c’è solo il monitor e qualche spia attorno alla stanza.
Ho lasciato oscillare così lentamente il mio pendolo, che ne sono rimasto completamente ipnotizzato e questo mi fa capire che ancora non ho imparato a riconoscerlo.
Adesso è quasi ora di cena e il mio stomaco rompe il silenzio di questo pomeriggio, in un borbottio che denuncia un altro senso di vuoto, più fisico: la fame.
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